Giampiero ha una moglie e due figli, è in mobilità da qualche mese, dopo una vita passata a lavorare in una confezione di Martina Franca che ha chiuso e riaperto con nomi diversi, diverse volte. Ha accompagnato la moglie, lavoratrice dell’ITN, in cassa integrazione da un anno, insieme agli altri lavoratori e lavoratrici (più di 170 in totale), che dalla settimana di Pasqua dell’anno scorso hanno visto sgretolarsi ogni tipo di certezza, non solo lavorativa ma anche esistenziale. Giampiero ci racconta che è stato grazie alla sua capacità di risparmiare in tempo di vacche grasse che ora la sua famiglia può ancora sopravvivere, è venuto a sentire se ci sono novità riguardo l’azienda in cui lavorava sua moglie: “Fino a pochi anni fa Nardelli era l’azienda simbolo delle confezioni di Martina Franca. Poi, in pochissimo tempo, tutto è sparito“.
Dentro, nel frattempo, Giuseppe Massafra, segretario della Filctem Cgil, tiene l’assemblea con quasi tutti i lavoratori. Spiega che dopo un anno di lavoro costante, paziente, i segnali di apertura da parte dell’azienda non ci sono, perchè non ha voluto prendere in considerazione la proposta di creare delle cooperative con i lavoratori e perchè non ha ancora presentato un piano industriale. In sostanza, dice Massafra, non si sa cosa vuol fare l’azienda, quale futuro ha in mente.
Nel frattempo sappiamo che di tutte le linee di produzione ne era rimasta attiva solo una, in cui venivano impiegati, a turno, 30 lavoratori. La rotazione durava quindici giorni ciascuno, poi si cambiava. Era un modo per tenere in piedi un minimo di produzione. Dei 500 capi prodotti ogni giorno, adesso se ne producono 110, 120. Ma non più all’interno dell’ITN perchè, ci spiega un rappresentante dell’azienda, costava troppo in termini di manodopera, e quindi la produzione è stata spostata verso ditte del circondario, Alberobello, Locorotondo. La rotazione è stata sospesa perchè all’azienda, ci spiegano, non conveniva avere 30 operai che si davano il cambio ogni due settimane, perchè non raggiungevano una produttività tale da giustificare il costo. Quindi qualcuno non veniva chiamato, e qualcuno lavorava di più. A qualche operaio questo non è, ovviamente, andato giù, e l’azienda ha preferito chiudere.
Nell’assemblea Massafra lo ripete più volte che questo è un modo per mettere gli operai gli uni contro gli altri, in una sorta di guerra tra poveri. Spostare la responsabilità di quanto accade sugli operai significa riuscire a trovare il capro espiatorio. Soprattutto in vista della fine della cassa integrazione, prevista per il 31 luglio, e della scadenza del 15 maggio, ovvero i 75 giorni prima previsti per legge per inviare le lettere di licenziamento. Entro quella data si dovrà fare un incontro in Regione a cui, chiede Massafra, dovranno partecipare anche i consiglieri regionali di Martina Franca: Pentassuglia, Laddomada, Chiarelli.
L’azienda però sembra non volerne sapere di continuare, o di voler lasciare un margine di trattativa: la proposta del sindacato e dei lavoratori era quella di formare delle cooperative di lavoro in cui le abilità degli operai non sarebbero andate perse. Per far questo bisognava però che l’azienda si dimostrasse disponibile a fornire supporto tecnico e logistico e, perchè no, anche commerciale. Alla fine, dice Massafra, per l’ITN non sarebbe cambiato nulla se non una riduzione del costo del lavoro del 40%. Ma non si è riusciti ad avere nè il piano industriale e nell’ultima busta paga manca la quota di TFR. E se manca quella piccola cifra, vuol dire che la fine definitiva è ormai vicina.
L’azienda dice invece che il TFR manca perchè la produzione è ferma, per le cause della rotazione dei 15 giorni di cui sopra, ma che è intenzione di Nardelli di trovare una soluzione buona per tutti.
Sarà, ma mentre Massafra parla ai lavoratori, intorno ci sono solo macchine spente, e silenzio.













